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venerdì, 18 Giugno, 2021

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Le inchieste su Avola sono esclusive di Maurizio Inturri!

Avola. Per scelta, Maurizio Inturri da due anni si occupa di cronaca e solo casualmente si è imbattuto in un’inchiesta sulla mafia di Avola. Chiariamo sin da subito che non esistono eroi giornalisti che scrivono di mafia, ma solo giornalisti che si occupano o intendono occuparsi di tutto ciò che riguarda la cronaca.

Il famoso caso del “Chiosco dei fiori“ posto di fronte all’ingresso del cimitero di Avola è frutto di una sua delicata e lunga inchiesta: testimonianze e registrazioni, come da deontologia giornalistica, sono passate dalle sue mani a quelle degli inquirenti, ma prima di questi ultimi a quelle del giornalista Paolo Borrometi, che le ha utilizzate per scrivere un articolo nella testata online “La Spia”.

L’inchiesta sul Chiosco dei fiori, una rivendita quasi secolare già di proprietà della famiglia Cancemi e oggi finita nelle mani dei Crapula, è stata una minuziosa raccolta di informazioni grazie al racconto di un suo testimone. Erano sconvolgenti le informazioni che Inturri riceveva dalla sua fonte.

Un chiosco che in molti avevano visto per circa due settimane sotto la gestione di un impresario di pompe funebri. che lo stava rimettendo a posto ripulendolo dalle erbacce prima della nuova apertura, ma che tutto ad un tratto è passato all’impresa dei Crapula, che ne ha annunciato l’acquisizione con tanto di cartelloni recanti la scritta “Nuova gestione“.

Cosa sarà successo? La risposta si può riassumere in due parole: semplice mafiosità..

La signora Cancemi proprietaria del chiosco aveva richiamato il locatario a cui aveva concesso il locale dicendogli di riconsegnarle le chiavi perché era stata minacciata di morte da Desireè, Christian, Rosario Crapula e Francesco Giamblanco. “Se non fai quello che vogliamo ti faremo saltare in aria!“, disse.

Desireè, Christian, Rosario Crapula e Francesco Giamblanco. “Se non fai quello che vogliamo ti faremo saltare in aria!“, disse.

Purtroppo, come accade spesso, per questa sua denuncia agli inquirenti e sul suo blog (https://inturrimaurizio.wordpress.com/), Inturri è stato vittima di aggressioni, minacce e querele per diffamazione a mezzo stampa. Per queste ultime sono stati accusati lui, il Borrometi e il senatore Giarrusso. Tra l’altro, le denunce sono fioccate anche quando Inturri ha riferito dell’appoggio del clan Crapula ad un candidato al consiglio comunale nelle elezioni amministrative di Avola di giugno 2017.

Per molti sarà storia passata, ma sappiamo tutti che la “Mafia non dimentica“.

Oggi, a distanza di un anno, la DdA di Catania ha confermato quanto scritto da Inturri nel mese di agosto 2017: ad avere preso il testimone del comando del gruppo dal proprio padre è Desiré Crapula, e non il marito di quest’ultima, Francesco Giamblanco.

Il Gip di Catania, infatti, nell’ordinanza cautelare a carico di Francesco Giamblanco, Massimo Rubino e dell’onorevole Giuseppe Gennuso, tutti e tre accusati in concorso di voto di scambio politico mafioso, precisa che: “Il Crapula Michele aveva costituito all’interno del clan Trigila un gruppo proprio e benché arrestato manteneva e risulta mantenere ancora il controllo del gruppo attraverso la moglie Magro Venera e i figli Desireé, Aurelio (detto Cristian)e Rosario”.

Questa precisazione del Gip di Catania conferma quanto da denunciato da Inturri pubblicamente e agli inquirenti sempre nell’agosto del 2017. A seguire Inturri riporta quanto scrisse il 9 agosto 2017. Quello che sapeva di certo, perché lo aveva ascoltato con le sue orecchie era:

1. Che ogni quindici giorni circa, la moglie del boss Michele, Vera, si recava dal marito.

2. Che un giorno mentre Inturri si trovava in negozio è arrivata la stessa e con voce di comando rivolgendosi alla figlia Desiré gli ha detto: “...dobbiamo fare i biglietti aerei perché devi venire anche tu!”

3. Che Desirè era l’unica che si occupava dei rapporti con le banche e con la contabilità e che in più di una occasione, davanti ai dipendenti, non trovando il marito Ciccio, si è espressa dicendo “Iddu a stari ca’! Tal’è ca’ accuminciu a lassallu senza mangiari!“ (“Lui deve rimanere qui! Guardate che lo lascio morire di fame“, frase che, avendo toni mafiosi, assume significati diversi, anche sinistri, a seconda delle circostanze, ndr). Espressione accompagnata con sguardo feroce e non come occasionalmente si mostrava ai clienti o davanti ad un pubblico non appartenente alla sua cerchia familiare.

Da questa inchiesta, sono stati tratti i video, inchiesta su Fanpage.it di Sandro Ruotolo e i vari articoli a livello nazionale, ma il nome di Inturri è stato sempre accantonato da illustri giornalisti e dalle testate giornalistiche locali e nazionali, così come è stato deliberatamente taciuto da chi doveva assicurare garanzie per la sua incolumità fisica e totale solidarietà, cioè a dire da

Paolo Borrometi. Ma così non è stato.

E’ proprio qui e per tali motivi che bisogna chiedersi come mai è calato un silenzio assordante su un aspirante giornalista che ha deciso di parlare e denunciare la mafia proprio nella provincia dei Crapula, dei Trigila, degli Aparo.

Perché e chi ha deciso di lasciare senza scorta mediatica Maurizio Inturri? Quale testimonianza scritta e\o oculare avrebbero avuto oggi inquirenti e Paolo Borrometi senza di lui?

Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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