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La storia della mafia in Sicilia e dei servizi segreti deviati. Analisi delle Commissioni Parlamentari sul fenomeno mafioso ed economico in Sicilia, fino al depistaggio sulla strage di Portella della Ginestra.

Ignazio Cutrò, Piera Aiello e Gianfranco Franciosi: una vicenda per Claudio Fava!

Non abbiamo idea di cosa stia accadendo attorno al mondo della “antimafia”, dei “collaboratori e dei testimoni di giustizia”, ma di certo qualcosa sta andando a rotoli.

In questi giorni a risvegliare l’incubo sull’antimafia italiana, dopo le inchieste della Commissione Antimafia Regionale Siciliana presieduta dal reputo Claudio Fava, sono stati diversi articoli pubblicati da Fanpage e che sembrano smascherare il testimone di giustizia Gianfranco Franciosi.

Gianfranco Franciosi, testimone di giustizia a cui è dedicata la fiction di Rai uno “Gli orologi del Diavolo”, con Beppe Fiorello, viene descritto da Fanpage come un “truffatore”.

Chi si farà carico delle spiegazioni sulla vicenda, considerato che si tratta di un testimone di giustizia, non si sa; di certo la Commissione Nazionale Antimafia dovrà risponderne visto che è stata trasmessa una fiction sulla rete nazionale che ha aperto uno opinioni e discussioni pubbliche.

Giorgio Scura, il giornalista di Fanpage, scrive in uno degli articoli relativi alla vicenda «Dai documenti che Fanpage ha potuto visionare, Gianfranco Franciosi detto Giannino, nato a Berna nel 1979, è un pregiudicato ben prima di iniziare a collaborare con le autorità. Appropriazione indebita e truffa nel 2001, armi e munizioni nel 2005. Attenzione alle date: perché questi sono reati precedenti ai fatti raccontati nella fiction (che iniziano nel 2007). La favola del meccanico buono e onesto, vista in tv e letta nel libro, si infrange subito. La lista di denunce poi si allunga nel tempo: parecchi guai con la giustizia sono ancora in corso. Ma sembrano non arrivare mai da nessuna parte».

Qualche testata, come Panorama, prova a controbattere Fanpage pubblicando un articolo-intervista dello scrittore Federico Ruffo che afferma “«Gianni è un testimone di giustizia abbandonato dallo Stato. Le accuse di questi giorni? Partono da testimonianze incomplete, senza uno straccio di prova».

I dubbi aumentano e si aprono diversi scenari.

Il giornalista Francesco Canino, autore dell’articolo di Panorama, pone una serie di quesiti a Ruffo ed in questi spuntano fuori nomi noti nel panorama siciliano, grazie a TP24, e ad articoli di note testate, si tratta di Ignazio Cutrò che a sua volta lo ritroviamo intimo con l’on.Piera Aiello.

Francesco Canino, giornalista di Panorama, chiede a Ruffo:

Come l’ha conosciuto?

«Era a Corleone per intervistare Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia, quando mi raccontò per la prima volta la storia di questo “fantasma” che se la passava male e si era ritrovato senza soldi e lavoro».

La risposta lascia delle perplessità considerato che lo stesso giornalista, come potete leggere su Panorama, dovrebbe essere a conoscenza che esistono diverse associazioni di testimoni di giustizia, ma  secondo quesito posto dal giornalista ci fa balzare dalla sedia!

Il primo incontro?

«A Genova, nel parcheggio di un bar. C’era un gelo clamoroso, io tremavo per il freddo e vidi arrivare questo tizio in pantaloncini e maglietta. Ho pensato: “Cominciamo bene”. Poi si è rivelata una persona coraggiosa e si fidato dato di me: nel 2015 è nato il libro».

Le strane coincidenze

Ad un certo momento della vicenda iniziano ad uscire diversi servizi, una campagna mediatica, pro Franciosi e testimoni di giustizia che arriva al The Guardian.

A settembre del 2018, AD, riporta il nome dell’on.Piera Aiello scrivendo che la stessa deputata, oggi ex grillina, ha rivolto un’ interrogazione in Commissione Affari in difesa di Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi, entrambi testimoni di giustizia, chiedendo un intervento effettivo nei confronti di entrambi prima che sia troppo tardi.

Sempre tramite la propria pagina ufficiale Facebook, l’Aiello, pubblica il seguente post:

“Sono intervenuta in difesa di Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi, entrambi testimoni di giustizia. Le loro storie le conosciamo bene, fin troppo bene. Le ho raccontate più volte, ed è per questo ancor più eccezionale il fatto che nessuno sin adesso sia intervenuto in loro difesa. Ho ritenuto corretto chiedere con forza un intervento effettivo nei confronti di Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi, prima che sia troppo tardi”.

La domanda nasce spontanea: Se l’Aiello afferma che “le loro storie le conosciamo bene” significa che nessun documento è segregato.

Qualcosa non torna, ad un tratto ci sembra che “tutto nasce e muore” in Sicilia.

L’ex compagna di Gianfranco Franciosi ha dichiarato a FanpageIo non sono una santa, i miei errori li ho fatti anche io. Ma ci provi, lui, a querelarmi, che se andiamo davanti al giudice ti garantisco che io esco libera e lui vai in galera e buttano la chiave. Quando siamo tornati dalla Spagna, dove abbiamo vissuto dal 2001 al 2004, a Salamanca, perché dovevamo scappare perché lo cercavano dei siciliani che lo volevano fare fuori non so per quale sgarro, abbiamo fatto il viaggio con i nostri due figli e l’auto, un Mercedes Viano, riempita di cocaina. Io l’ho scoperto dopo: se ci avessero fermato, ci avrebbero arrestati entrambi e mi avrebbero tolto i bambini“.

La storia ricostruita in USA

La fonte o il giornalista del famoso media americano ricostruisce una inchiesta insensata confondendo le categorie dei collaboratori di giustizia con quella dei testimoni di giustizia, addirittura come un film alla Bond “James Bond” parla di informatori nel sistema giudiziario italiano.

Scrive il giornalista del The Guardian, ad apertura dell’articolo “il sistema di protezione testimoni italiano è un sistema rotto. Un programma incapace di provvedere alla sicurezza e al supporto di quelle che finiscono per diventare vere e proprie vittime dello Stato. Le cause? Problemi di budget”.

L’errore è clamoroso in quanto già nel 2018 è stato pubblicato un documento in cui si indica il numero dei collaboratori, familiari e testimoni di giustizia, inoltre il problema del budget si racchiude in tre semplici parole: case delle località protette, cambio definitivo delle generalità e supporto psico-sociologico alle famiglie per il miglioramento della qualità di vita (esempio lavoro).

A dicembre del 2018, in una serie di articoli pubblicati dall’Adnkronos a Wired, il quadro viene dipinto in questo modo.

Scrive a tal proposito Wired: Tra testimoni e collaboratori sono più di seimila, ma la maggior parte di loro non c’entra nulla con la criminalità organizzata”.

L’Adnkronos pubblicando lo stesso documento afferma: “La strage dei familiari dei collaboratori di giustizia non si è mai conclusa. L’elenco di madri, fratelli, figli, cugini ed amici dei collaboratori di giustizia uccisi è lunghissimo e continua ad allungarsi. L’ultimo dell’elenco è Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta ucciso nei giorni scorsi a Pesaro. Ma prima di lui altre centinaia sono stati uccisi platealmente oppure con suicidi camuffati. Il collaboratore che ha pagato il più alto prezzo è stato l’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta che con le sue rivelazioni diede un colpo mortale a Cosa Nostra. Gli uccisero figli, fratelli, cognati, amici ma le sue rivelazioni consentirono di avviare il primo Maxiprocesso nei confronti di centinaia di mafiosi. E adesso, ad oltre 30 anni da quel Maxi processo quel piccolo drappello di pentiti, collaboratori e testimoni di giustizia sono diventati oltre 6 mila, un popolo che vive nel terrore e nella paura pensando ogni giorno che prima o poi loro stessi o loro familiari possono essere uccisi. E tra loro ci sono anche donne, che hanno deciso di dire basta, e persino un bambino di appena 12 anni”.

Il filo della matassa ricostruito dal giornalista del The Guardian sembra dipingersi verso un’unica direzione: i testimoni di giustizia!

Ad un tratto nell’articolo spuntano i nomi di Gianfranco Franciosi e Piera Aiello ed inizia il racconto:

Gianfranco Franciosi è solo uno dei tanti ex informatori di polizia e testimoni di Stato necessari nelle operazioni. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, circa 6200 persone sono sotto protezione in Italia, compresi i familiari. Testimoni ai quali lo Stato dovrebbe versare uno stipendio mensile di circa € 1000-1500 ciascuno, più altri € 500 al mese per ogni membro della famiglia. Soldi che non vengono erogati, secondo lo Stato, per “mancanza di risorse economiche“.

In lingua originale, per i pochi che masticano l’inglese, ecco la frase chiave: “Giannino is one of many former police informants and state witnesses used in antimafia operations who then become victims of a broken system that is unable to provide safety and support, primarily because of budget constraints”.

Arriviamo alla dichiarazione di Piera Aiello che afferma:

“Pochissimi informatori riescono a ricominciare – racconta al Guardian Piera Aiello, testimone di giustizia ed ex deputata – la maggior parte degli informatori di polizia e dei testimoni di Stato finisce in bancarotta o soffre di depressione. Non c’è nemmeno supporto psicologico per questi uomini e donne costretti a vivere come prigionieri, i mafiosi invece sono ancora in libertà”.

Qui ci fermiamo, ma non prima di sottolineare per giusta informazione che nel proseguo dell’articolo del colosso americano troverete la parola informatori con corrispondenza ai collaboratori di giustizia, mentre il termine testimone di giustizia rimarrà uguale lungo il corso dell’articolo. ( Alla faccia di Tommaso Buscetta citato nell’articolo!!!)

Sempre da sottolineare, per capire come i personaggi non cambiano, ritroviamo nell’articolo il nome di Ignazio Cutrò, che descrive il The Guardian “un uomo d’affari siciliano e presidente dell’Associazione nazionale dei testimoni di Stato, ha ricevuto numerose minacce, tra cui auto incendiate e pacchi contenenti proiettili, dopo aver accettato di testimoniare contro sospetti estorsori e aver inserito la protezione dei testimoni.

Nonostante le intimidazioni, lo scorso anno la protezione per lui e la sua famiglia è stata revocata. “L’Italia spinge le persone a ribellarsi alla mafia, ma quando lo Stato ottiene ciò che vuole, le abbandona. Siamo un gruppo di uomini morti che camminano “, dice”.

Ci sembra giusto e corretto che continuiate la lettura dell’articolo in originale sul The Guardian cliccando qui, perché le contraddizioni sono tante!!

A questo punto ci affidiamo alla famosa interrogazione parlamentare dell’on.Piera Aiello, la numero 5/00462 del 18/09/2018.

La richiesta al Ministro dell’Interno dell’interrogazione dell’on.Piera Aiello:

 — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

gli interroganti sono venuti a conoscenza del fatto che due testimoni di giustizia, Ignazio Cutrò e Gianfranco Franciosi, sono costretti a vivere in una condizione di paura per il susseguirsi di intimidazioni che non sono capaci di fronteggiare in quanto sprovvisti delle misure di protezione adeguate;

Ignazio Cutrò, testimone di giustizia dal 2006, ha visto, nell’ottobre 2016, revocarsi la proroga delle speciali misure di protezione come deliberato dalla Commissione centrale ex articolo 10 della legge n. 82 del 1991; successivamente, l’UCIS, con determinazione del 4 aprile 2018, ha disposto, per i familiari, la revoca del dispositivo di 4° livello «tutela su auto non protetta» e l’attivazione della misura «vigilanza generica radio-collegata» e per il signor Cutrò la rimodulazione dal 3° livello di rischio «tutela su auto specializzata», al 4° livello «tutela su auto non protetta». Il signor Cutrò, pur di non esporre la famiglia, rinuncia al servizio di tutela;

Franciosi, oggi privo di tutela, è un ex infiltrato civile in un cartello transnazionale di narcotrafficanti colombiani che ha supportato l’attività delle Forze dell’ordine e delle autorità giudiziarie («corriere.it» 8 aprile 2015) nelle loro importanti operazioni di repressione;

l’incolumità di queste persone è in grave pericolo, come provato da recenti atti intimidatori;

da passi delle intercettazioni relative all’inchiesta giudiziaria «Mafia della Montagna», rese pubbliche sui giornali (vedi www.antimafiaduemila.com 10 settembre 2018) è emerso che un esponente della mafia agrigentina (soggetto all’articolo 41-bis dell’ordinamento penale) – parlando di Cutrò – avrebbe riferito: «Appena lo Stato si stanca… che toglie la scorta poi vedi che poi…»;

l’altro episodio intimidatorio è avvenuto ai danni di Franciosi il 7 settembre 2018 ignoti hanno distrutto l’impianto di videosorveglianza della sua abitazione;

la normativa vigente prevede che i testimoni di giustizia e i familiari debbano essere tutelati con misure adeguate al rischio concreto a cui sono soggetti fino alla cessazione dello stesso;

la lotta alla criminalità organizzata non può prescindere dalla tutela e dalla valorizzazione dei testimoni di giustizia –:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti riferiti in premessa e quali iniziative di competenza intenda adottare, urgentemente, per garantire l’incolumità personale di questi testimoni di giustizia e dei loro familiari.
(5-00462)

La risposta alla Camera pubblicata Mercoledì 19 settembre 2018 nell’allegato al bollettino in Commissione I (Affari costituzionali) 5-00462

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, gli onorevoli interroganti pongono l’attenzione sulla questione riguardante l’incolumità personale dei testimoni di giustizia ed in particolare sui provvedimenti disposti nei confronti del signor Ignazio Cutrò e del signor Gianfranco Franciosi.

La delicatezza del tema in discussione mi impone di riferire i passaggi che le Autorità tecniche hanno posto in essere, sulla base degli elementi di valutazione raccolti, in relazione alle due vicende. Infatti, i provvedimenti che dispongono o revocano misure di protezione sono esclusivamente basati su valutazioni di ordine tecnico, ancorate ad analisi circa la sussistenza di rischi attuali e concreti, e, pertanto, sottratti a valutazioni di tipo discrezionale.

Il 9 dicembre 2010, Ignazio Cutrò è stato proposto quale testimone di giustizia dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo per aver riferito su danneggiamenti e incendi subiti da lui e da altri imprenditori della c.d. bassa Quisquina, ed aver consentito in tal modo al GIP di quel Tribunale di emettere, il 14 luglio 2008, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione a carico del capomafia storico di Santo Stefano di Quisquina, Ferranti Vincenzo, nonché dei tre fratelli Panepinto e di altri congiunti.

Con delibera dell’11 gennaio 2011 della Commissione Centrale per le speciali misure di protezione, il predetto è stato sottoposto alle speciali misure di protezione in località di origine, unitamente al suo nucleo familiare.

Il 12 ottobre 2016, la stessa Commissione – vista la nota della D.D.A. di Palermo, a firma del Procuratore della Repubblica, con la quale si chiedeva la revoca delle speciali misure di protezione nei confronti del testimone e dei suoi familiari, per il venir meno delle condizioni che ne avevano portato all’adozione ma anche in ragione delle reiterate condotte in palese violazione delle disposizioni di sicurezza, e preso atto del concorde parere della Direzione Nazionale Antimafia – ha deliberato di non prorogare le speciali misure di protezione nei confronti di Cutrò e del suo nucleo familiare. Contestualmente è stato incaricato il Servizio Centrale di Protezione presso il Ministero dell’interno di segnalare la loro posizione alle competenti Autorità di Pubblica Sicurezza ai fini dell’adozione delle ordinarie misure di protezione ritenute adeguate al concreto livello di rischio.

La decisione è stata impugnata innanzi al T.A.R. del Lazio che, nel gennaio del 2018, ha respinto il ricorso confermando la legittimità del provvedimento.
Allo stato, a far data dal 4 aprile 2018, sono comunque attive le misure di protezione personali corrispondenti al 4o livello di rischio per il Cutrò integrate da altre misure di vigilanza disposte presso l’abitazione privata.

Da ultimo, informo che l’interessato è stato convocato, in data 8 agosto 2018, dal Prefetto di Agrigento, al fine di persuaderlo a collaborare ai servizi predisposti per la sua tutela. Il Cutrò ha affermato di non desiderare alcun servizio di scorta, ritenendo del tutto improbabile il rischio di ritorsione ai suoi danni, richiedendo invece l’estensione della tutela a protezione anche dei suoi familiari, per il timore di una vendetta mafiosa.

Per quanto riguarda invece la posizione tutoria del signor Gianfranco Franciosi, si rappresenta che con delibera del 13 marzo 2013, la predetta Commissione centrale, nel valutare la richiesta dell’interessato di uscire dallo «speciale programma di protezione» cui era sottoposto dal 21 novembre 2011 unitamente al suo nucleo familiare, e di capitalizzare le misure assistenziali, nonché il progetto di reinserimento, ha disposto la cessazione del dispositivo tutorio concedendo la relativa capitalizzazione.

Nel giugno del 2013 sono state comunque disposte misure ordinarie di tutela consistenti nella vigilanza generica radiocollegata presso l’abitazione unitamente ad un sistema di videosorveglianza; misure periodicamente riesaminate nelle riunioni tecniche di coordinamento interforze svoltesi presso la competente Prefettura di La Spezia dalle quali, tuttavia, non sono emersi concreti pericoli per l’incolumità dell’interessato inducendo pertanto alla reiterazione nei suoi riguardi della citata misura di tutela.

Premesso quanto sopra, agli atti del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, non risultano pervenuti, fino alla data di ieri, da parte delle competenti Prefetture di Agrigento e La Spezia, aggiornati elementi informativi di rischio rilevanti sotto il profilo della sicurezza personale sul conto sia di Ignazio Cutrò, il cui nome sarebbe emerso nel corso di intercettazioni telefoniche da parte di un esponente della mafia agrigentina e pubblicate dai giornali, sia di Gianfranco Franciosi, riguardo alla distruzione dell’impianto di videosorveglianza, ad opera di ignoti, il 9 settembre 2018.

Non intendiamo esporre opinioni sulla vicenda perché il problema dei “collaboratori e testimoni di giustizia”, ma anche di chiunque denunci, è un problema odierno e che deve essere vagliato dalle DNA (Direzione Nazionale Antimafia), ma non possiamo sottrarci dal ricordare che i “diritti” sono inviolabili per tutti e non è possibile che vengono constatati sempre i singoli e soliti casi, mentre chi non ha referenti rimane a soffrire, quasi come un “fiore che muore”.

Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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