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La prima testimone siciliana “vestita di nero”; in nome dello Stato!

Il velo nero della prima donna testimone di giustizia siciliana che ha alzato la testa.

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Oggi come ieri è sempre la stessa indifferenza che uccide con o senza regole perché alla base di tutto c’è più voglia di protagonismo che di verità.

I fatti si nascondono anche quando sono sotto gli occhi di tutti, e così vengono nascoste le tante testimonianze siciliane e calabresi che hanno cercato di cambiare la storia.

Il caso vuole che i “nodi vengono sempre al pettine” e non importa in quale veste, l’importante è essere presenti e ricordare chi ha combattuto accanto alla giustizia; il tempo può fermare tutto tranne le idee e i valori.

La prima donna allontanata da parenti, amici e conoscenti per aver combattuto la “vera mafia siciliana” insieme a quel giudice che diventerà il suo miglior amico giudice Cesare Terranova.

Il suo nome è Serafina Battaglia, ed è la prima testimone di giustizia ad accusare la mafia; quella mafia che nel corso degli anni diventerà potente e intreccerà i suoi legami con la “‘ndrangheta, la politica e gli infedeli“.

Serafina accuserà quella mafia che conosce già sin dal 1950 perché sposata, in seconde nozze, con Stefano Leale, commerciante e uomo d’onore.

È il desiderio di vendetta che muove la sua testimonianza e per avere la sua rivalsa collabora con lo Stato.

La prima donna di mafia che conosce perfettamente tutti i dettagli del ruolo del compagno all’interno del mondo della criminalità organizzata in quanto affiliato alla famiglia mafiosa Rimi.

La Battaglia non nascose la sua storia e la raccontò in seguito al giornalista Mauro De Mauro.

Il marito Stefano Leale viene ucciso il 9 aprile 1960 e da madre che conosce la mafia ed avendo trasmesso al figlio il codice d’onore di cosa nostra, incalza il giovane Salvatore a vendicare la morte del padre.

Salvatore a soli 21 anni tenta di vendicarsi, era il 30 gennaio 1962, ma rimane vittima nell’attentato.

Il ragazzo si convince, così cercò di portare a termine i propositi di vendetta contro Filippo e Vincenzo Rimi, i due boss di Alcamo, ma l’attentanto fallisce.

Il 30 gennaio 1962 Salvatore viene ucciso all’età di 21 anni.

Serafina Battaglia capisce subito che l’unico modo per vendicare davvero il marito e il figlio, è quello di collaborare con il vero nemico della criminalità organizzata: lo Stato, e così infrange il muro dell’omertà, parla col giudice Cesare Terranova e racconta tutto, colpendo il cuore del sistema.

Completamente sola, senza amici e parenti, arriva fino in tribunale e nel 1969 viene avviato il processo contro Salvatore Maggio, Francesco Miceli e Paolo Barbaccia, accusati dell’omicidio di Salvatore Leale, testimoniò contro il sistema mafioso e non ebbe timore nel rivelare come si era svolto l’assassinio.

Cesare Terranova verrà ucciso dalla mafia nel 1979. Nessun avvocato volle difendere Serafina e l’unico che cercò di aiutarla a trovare un rappresentante legale fu Mario Francese, giornalista del “Giornale di Sicilia” anch’egli vittima di Cosa Nostra nello stesso ’79.

Da quel momento Serafina diventa una Testimone di Giustizia in molti processi e per i successivi 9 anni testimoniò in molti tribunali italiani.

Il suo grido di giustizia non si fermerà neanche quando il 13 febbraio 1979 , come dichiarerà lei stessa, l’ingiustizia e la Cassazione annullerà le sentenze che avevano condannato Vincenzo Rimi all’ergastolo e tutti gli imputati verranno assolti per insufficienza di prove.

Da quel momento Serafina Battaglia rimarrà chiusa nella sua casa di Palermo per più di 20 anni, sola e dimenticata, finché il 10 settembre 2004 muore.

Serafina Battaglia in una intervista al giornalista Mauro De Mauro, e pubblicato su L’Ora, dichiara «Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo…».

Le sue affermazioni, come “Mi hanno tolto mio figlio. Finché mi avevano tolto mio marito, non avevo detto niente, ma mio figlio è sangue mio, e io devo reagire” o il suo modo di apparire ai processi “vestita a lutto, avvolta in uno scialle nero e nel velo” affermano il dolore e il coraggio della gente sicula pronta a ribellarsi alla malavita e dichiarare la verità, così come fece con Mauro De Mauro dichiarando nel corso dell’intervista:

Mio marito era un mafioso e nel suo negozio si radunavano spesso i mafiosi di Alcamo. Parlavano, discutevano e io perciò li conoscevo uno ad uno. So quello che valgono, quanto pesano, che cosa hanno fatto. Mio marito poi mi confidava tutto e perciò io so tutto. Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo… I mafiosi sono pupi. Fanno gli spavaldi solo con chi ha paura di loro, ma se si ha il coraggio di attaccarli e demolirli diventano vigliacchi. Non sono uomini d’onore ma pezze da piedi”.

Accusata dai parenti di essere “pazza”, si racconta che dormisse con una pistola P38 per paura di essere ammazzata.

Era il 10 settembre del 2004 e Serafina Battaglia muore all’età di 84 anni dimenticata nella sua casa nei pressi del quartiere Olivuzza, a pochi passi dal palazzo di Giustizia di Palermo.

Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)
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