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Governo: Lite sulla “Presunzione di innocenza”

Dalla delibera UE sulla "presunzione di innocenza" allo stop delle conferenze stampa dei PM.

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Animi riscaldati in Parlamento, ancora una volta, soprattutto per il M5S. Dopo la “Prescrizione”, voluta dall’ex ministro Bonafede, adesso la ministra alla giustizia Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, vuole che l’Italia si adegui alla direttiva del parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul rafforzamento della presunzione di innocenza.

I Paesi Europei, quindi Italia compresa, dovevano adeguarsi entro il 2018 su tale direttiva.

Giorni fa Renzi ha attaccato con queste parole: «Da che parte sta il Pd sulla prescrizione? Dalla parte del diritto o dalla parte di Bonafede? In parlamento c’è una maggioranza garantista, il Pd sta con noi o con i 5S?»

«La cultura delle garanzie non si improvvisa tifando per questo o per quello – ha risposto la neo responsabile giustizia del Pd, chiamata da Letta in segreteria, la senatrice Anna Rossomando – ma si misura sul faticoso lavoro affinché sia condivisa e patrimonio comune. Suggerirei a Renzi di archiviare gli slogan e lavorare per le soluzioni».

La ministra Cartabia ha affidato il dossier al gruppo di lavoro di soli tecnici guidato da Giorgio Lattanzi, illustre processualpenalista e anche lui ex presidente della Corte costituzionale.

Già nel corso della sua recente audizione alla camera, la ministra ha promesso che gli emendamenti alla legge delega di riforma del processo penale non caleranno in parlamento dall’alto di via Arenula. Ma non ha offerto garanzie su quel confronto preventivo con i gruppi di maggioranza che tutti i partiti hanno le chiesto.

La necessità della direttiva UE

La Cartabia ha fatto un chiaro riferimento alla necessità che l’Italia si adegui alla direttiva del parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul rafforzamento della presunzione di innocenza.

A rafforzare la posizione della ministra i deputati di Azione +Europa, Enrico Costa e Riccardo Magi, che hanno presentato due emendamenti alla legge di delegazione europea in discussione nell’aula della camera da martedì. Tali emendamenti puntano a fare sì che l’Italia, come chiede la direttiva, adotti degli strumenti per limitare le dichiarazioni pubbliche dei pm volte a sostenere in maniera unilaterale le tesi dell’accusa, frenare la diffusione di filmati e audio di intercettazioni ai danni degli imputati e «prevedere che alle inchieste non venga assegnata una denominazione non prevista dalle norme di legge», abitudine invece assai diffusa tra gli investigatori e che contribuisce a scardinare il principio di non colpevolezza.

Il M5S è contro i provvedimenti sulla giustizia

Teoricamente la maggioranza grillina è contro questa scelta, come l’altra che riguardava la “prescrizione”.

Sul piatto della bilancia pesa il trojan, il «captatore informatico» già previsto dalla riforma Orlando (ex ministro della giustizia e attuale titolare del lavoro) e poi esteso nell’utilizzo dalla «Spazzacorrotti» di Bonafede, quello spyware che ha debuttato nella famosa indagine di Perugia su Palamara.

Sulla questione  già una sentenza del 2 marzo della Corte di giustizia europea impone di limitare l’intrusione nei dati elettronici personali ai soli reati gravi, mentre Bonafede ha incluso i reati contro la pubblica amministrazione. I Parlamentari di Forza Italia vorrebbero consentire l’uso del trojan solo per i reati strettamente di terrorismo o mafia.

Oggi potrebbe sbloccarsi la situazione, ma bisogna superare gli emendamenti già presentati alla fine di gennaio di Costa e di Forza Italia, e quelli aggiunti ieri della Lega e della renziana Lucia Annibali.

Questi sarebbero quelli “convinti che sia necessario subito inserire il principio della presunzione di innocenza nella normativa italiana”.

Costa, pur di vincere la partita, assieme a Riccardo Magi di PiùEuropa, ha presentato anche un mini emendamento, che si limita a citare il “titolo” del principio: inserire “la direttiva Ue 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”.

Già nel 2019, la Corte di Giusitizia Europea su una questione riguardante la Bulgaria ha reso nota una sentenza, la sent. 28 novembre 2019, C-653/19, PPU, in cui ha tracciato i confini dell’applicazione delle norme contenute nella direttiva UE 2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali (non ancora recepita dall’Italia), nonché dei principi contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

In particolare, la Corte del Lussemburgo ha chiarito che la ripartizione dell’onere della prova, nell’ambito della procedura che porta alla decisione sul mantenimento della custodia cautelare, è di esclusiva competenza del diritto nazionale.

Nella sentenza de qua la Corte di Giustizia si è, infatti, spinta ad affermare che «l’articolo 6 della direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali e gli articoli 6 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non sono applicabili a una normativa nazionale che subordina la rimessione in libertà di una persona sottoposta a custodia cautelare alla prova, da parte di tale persona, di nuove circostanze che giustifichino tale rimessione in libertà».

Insomma, sembra che si vorrebbe forzare la “delibera UE” per mettere fine alle conferenze stampa dei procuratori, all’ordinanza data ai giornalisti, e soprattutto all’obbligo, per ottenere i tabulati dei cellulari, nonché del via libera del giudice per le indagini preliminari.

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