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domenica, 26 Settembre, 2021

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L’Anci ricorda Peppino Impastato, noi gli ricordiamo cosa accadde!

Ad un tratto sembra che la politica si sia svegliata e lo fa proprio nel giorno in cui si commemora Peppino Impastato, attivista e coraggioso esempio di controinformazione.

Basterebbero queste due parole: “attivista e controinformazione” per ricordare, oltre ai depistaggi, quanto oggi la “libertà di informazione” sia un cappio al collo per tutti coloro che si contrappongono al potere mediatico.

Dal governatore Musumeci al deputato Claudio Fava, presidente della commissione Ars, ancora attendiamo risposte e fatti sui nostri territori, li attendiamo tra i veleni industriali che inaliamo ogni giorno a Siracusa e i continui blitz e colpi alle “piazze di spaccio” nella provincia aretusea.

A leggere quanto segue ci ricorda quanta attenzione, dal 2017 ad oggi, ci hanno riservato le istituzioni…

“L’ANCI Sicilia promuovendo e condividendo l’impegno di tutti i comuni siciliani, ricorda il sacrificio di Peppino Impastato, un giovane coraggioso che in un tempo e in un contesto pesante e difficile ha denunciato i boss mafiosi, il loro sistema, le loro infiltrazioni nelle istituzioni e la subcultura mafiosa che alimentava paura e indifferenza. L’esperienza umana e culturale di Peppino Impastato è un invito a tutti e principalmente ai giovani a rifiutare condizionamenti criminali mafiosi e a recuperare il valore della dignità umana e della libertà senza mai cedere alla rassegnazione”,

Ci sembra opportuno, considerato che il comunicato è indirizzato ai giovani, ricordare quanto segue.

I ricordi, così come le commemorazioni sembrano pieni di ombre, offuscamenti di memoria, perché ciò che accadde a quelle vittime di mafia o massomafia, fu molto di più di un semplice omicidio o “tritolo”.

Non è deleterio ciò che scriviamo, è la verità dei fatti, sono le sentenze e i vari processi, durati anni (non 5 o 10), trentanni o più per capire che ci furono commistioni (intrecci) e “depistaggi”!

Peppino Impastato è stato un attivista ma soprattutto un libero rivoluzionario della “controinformazione” assassinato barbaramente perché ha denunciato boss mafiosi, il loro sistema, le infiltrazioni nelle istituzioni, la subcultura mafiosa e la politica!

Come Beppe Alfano, assassinato per aver scoperto il covo di Nitto Santapaola nel Barcellonese, Peppino Impastato ha ricevuto il “patentino onorario di giornalista post mortem”, il classico esempio che crea un paradosso con la “Giornata mondiale della libertà di stampa” sancita grazie all’art.19 delle nazioni unite.

In molti hanno dimenticato che Peppino Impastato, nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1978, venne sequestrato vicino alla sua abitazione e portato dai suoi carnefici in un casolare di Marina di Cinisi (Palermo) – poco distante dall’aeroporto di Punta Raisi – poi torturato e infine trucidato con una carica di tritolo lungo la strada ferrata Palermo-Trapani. Omicidio che per tanti anni è stato fatto passare per un fallito attentato terroristico da parte di un “pazzo”, così venne definito Impastato.

Molti hanno dimentico (come nel caso della strage del giudice Borsellino) che gli inquirenti seguirono tutt’altra pista, non interrogarono (come riporta la Commissione Antimafia) grazie all’impegno del fratello Giovanni e soprattutto della madre Felicia Bartolotta, chi poteva fornire elementi utili.

La Commissione scrisse anche Peppino Impastato comprese sicuramente tutto, denunziò, fece controinformazione (in parte nota, in parte andata perduta). Forse comprese qualcosa di più specifico di quanto la stessa Commissione sia riuscita, dopo tanti anni, a comprendere anche perché sono state occultate informazioni preziose.

Sempre la Commissione si concentra sulla “minuziosa ricostruzione delle indagini” dei carabinieri della stazione di Cinisi e del reparto operativo del gruppo di Palermo, intervenuti sul luogo dove fu trovato il corpo dilaniato di Peppino Impastato e dei magistrati che diressero le indagini.

Ciò che sorprende è solo giudice Rocco Chinnici, rileggendo le carte delle indagini, scopre che mancano alcune testimonianze chiavi come quella di Liborio.

Tratto dal testo della Commissione riportiamo quanto segue:

“Chinnici raccoglie la testimonianza del necroforo il 20 dicembre 1978, citato con il soprannome di Liborio, perché le sue generalità non risultano espressamente in alcun atto del processo. In un certo senso, quello di Chinnici é un atto a sorpresa, la cui motivazione va ricercata senz’altro nel promemoria di Radio Aut: di quel verbale del 20 dicembre è bene trascrivere integralmente il contenuto delle dichiarazioni di «Liborio» a Rocco Chinnici: «D.R. Sono spesso chiamato dai carabinieri per rimuovere cadaveri che si trovano nelle strade in occasione di incidenti stradali o di altri avvenimenti delittuosi. Quando vengono a fare le autopsie io pulisco i cadaveri. Quando morì Giuseppe Impastato il maresciallo mi chiamò e mi disse: Dobbiamo andare a prendere quello che è rimasto di un picciotto che è scoppiato nella ferrovia». Io ci andai. Quando ci andammo c’erano pure il Pretore e l’Ufficiale sanitario. Io giravo assieme a tutti e trovai sotto gli alberi di ulivo dei pezzetti del corpo e precisamente pezzi di pelle del torace, in tutto potei trovare circa tre chili del corpo dell’Impastato. Trovai inoltre la montatura degli occhiali senza i vetri e tre dita della mano compresi «i nervi del braccio». Mentre io cercavo i resti di Impastato, il brigadiere dei carabinieri di Cinisi mi disse di cercare una chiave. Io trovai tre chiavi vicino alla macchina di Impastato e precisamente accanto alla portiera di destra, cioè accanto al lato di chi si trova vicino al guidatore. Le tre chiavi erano l’una vicina all’altra. Il brigadiere, dopo che io trovai le tre chiavi, mi disse: «Ma se ne deve trovare un’altra!». Io allora cercai altri pezzi del corpo di Impastato perché il brigadiere mi disse che l’altra chiave la cercava lui». Di fatti poco dopo il brigadiere ritrovò la chiave a circa tre metri, «un poco più avanti dove ci fu lo scoppio». La chiave se la prese il brigadiere e se ne andò subito alla Caserma. Di altro non so più nulla. Io mi chiamo Giuseppe , ma a Cinisi mi chiamano Liborio». Dai particolari acquisiti dal Chinnici circa il rinvenimento della chiave di tipo Yale discende una circostanza del tutto nuova. Per la prima volta, a poco più di sette mesi dalla morte di Giuseppe Impastato, si scopre l’esistenza di un reperto «le tre chiavi», di cui fino a quel momento non vi era traccia negli atti del processo”.

Bisogna aggiungere altro?

Ancora oggi, chi fa informazione è perseguitato nelle aule giudiziarie ma non dai criminali, il primo posto lo occupano i politici che non intendono rispondere al telefono o alle email, non intendono inviare rettifiche (per legge è così) ma decidono subito di denunciare e se le loro denunce davanti al Gup vengono archiviate loro non ci hanno rimesso nulla, ma chi è stato accusato ingiustamente ha dovuto pagare la sua parcella profumata al proprio legale di fiducia.

Ma è tutto? No!

Spesso e volentieri le denunce di giornalisti o similari per intimidazione, minacce o aggressioni restano nei cassetti per anni, ma quelle contro gli vengono subito notificate.

Insomma, per far capire ad un giornalista che deve “mollare” un caso ci sono molti metodi, una denuncia ripetuta o addirittura toccargli un familiare.

Ecco cosa bisogna insegna ai giovani, in Sicilia soprattutto, chi si impegna a fare informazione è sacrificabile con il resto della famiglia, almeno che non abbia non un santo in paradiso.

Non tocchiamo poi l’avvocato di provincia Amara che, sempre da questa terra, ci ha ricordato come ancora oggi è presente quell’innesto di “intrecci affaristici” che portano a Roma, la caput mundi di tutti e di tutto, tranne degli onesti!

Maurizio Inturri
Si occupa di mafia e criminalità organizzata. Ha collaboratorato con diverse testate giornaliste online e cartacee. Il suo percorso inizia nel lontano 2015 con ReteRegione, poi collabora con LaSpia, Diario1984, L'Attualità, Cisiamo e infine IlFormat. Nel gennaio 2020 si iscrive al sindacato WorKPress e gli viene attribuito il tesserino internazione di giornalista e reporter come da normativa europea e internazionale. Ha partecipato a diverse conferenze sul tema mafia e criminalità organizzata. Autore dei libri Cogito ergo sum..ma non troppo (2015) e L'Antistato vol.I° (2019)

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