Commissione Antimafia: Lectio magistralis di Trizzino durante l’audizione

Lo scorso 27 settembre sarà un giorno da non dimenticare per i quanti, in tutti questi anni, hanno preferito fare i giustizialisti e ricostruire storie sulle “stragi di Capaci e via D’Amelio” senza “ipotizzare” e/o “criticare” alcune ricostruzioni.

Lo stabilisce la nostra carta costituzionale all’art.21, e costruire un dialogo critico in merito a fatti storici già documentati (quindi senza diffamazione) rientra tra i nostri diritti.

Dicevamo che lo scorso 27 settembre è da annotare come evento storico, in quanto presso Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, di Palazzo San Macuto, si è svolta l’audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino, legale di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino.

Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino - foto di repertorio
Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino – foto di repertorio

L’audizione, fra l’altro trasmessa in diretta, la troverete lungo questo articolo; ma vi è un obbligo per chi vi scrive, fare delle importanti premesse che spesso e volentieri qui nel sud (Sicilia e Calabria) lasciano il tempo che trovano per alcuni, la storicità degli eventi e il contesto in cui si svolgono.

Durante l’audizione, sarà Lucia Borsellino che con una voce pacata e triste, ricorderà l’immancabile fiducia riposta sempre nella magistratura e lo dirà apertamente, a nome suo e dei suoi fratelli, Manfredi e Fiammetta.

È importante, secondo la nostra opinione, chiarire una volta per sempre questo concetto: il mascariamento è un’ombra del passato, oggi si scrive (noi lo abbiamo fatto) attraverso la raccolta di documenti ufficiali, e non esistono documenti ufficiali di testimoni o polizia giudiziaria che un “pinco pallino” qualunque può dire sono falsi, il compito di portare avanti la verità, dopo la pubblicazione di tali documenti, rimane alla magistratura.

E allora, è giusto dire – come dirà l’avv. Trizzino in audizione – che non si possono cannibalizzare i suoi figli minori, non si possono (aggiungiamo noi) mandare a processo chiunque dimostri una verità diversa come se esistessero “figli di un dio minore”.

L’audizione di Lucia Borsellino

La Presidente della XIX Commissione Antimafia, on. Chiara Colosimo, dopo una breve presentazione, lascia la parola a Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo Borsellino che inizia la sua audizione.

Un discorso sofferente che porta a galla i suoi ricordi e quelli dei fratelli, dei racconti della madre Agnese Piraino Leto, delle confessioni che il padre Paolo le faceva, racconti intimi che solo i familiari potevano sapere, come quelli sugli appunti nell’agenda rossa e grigia, delle ricerche eseguite in casa dai tre fratelli, nonché del lavoro incessante di Fiammetta nelle scuole all’insegna della legalità

Dice Lucia durante l’audizione:

“Ciò che chiediamo, senza alcuna pretesa di volere sostenere una tesi piuttosto che un’altra, è offrire una ricostruzione operata su una mole di atti e documenti e testimonianze”.

E ancora: «Ci siamo convinti che le altre piste che sono state solcate non hanno del tutto o per niente considerato atti e documenti e prove testimoniali che potessero fornire elementi indispensabili per comprendere il contesto nel quale mio padre operava e il profondo stato di prostrazione che lui ha vissuto nella sua vita. Ciò che chiediamo, nel massimo rispetto delle istituzioni senza voler sostenere alcuna tesi perché non siamo tecnici, è di offrire una ricostruzione operata su una mole di atti e testimonianze. Vorremmo rassegnare elementi suscettibili di ulteriore approfondimento per il rigore logico che questi elementi meritano».

L’ audizione di Fabio Trizzino

Avv. Fabio Trizzino - fonte Repubblica
Avv. Fabio Trizzino – fonte Repubblica

Lucia Borsellino termina la sua audizione e la Presidente Colosimo, anticipando che nel caso i tempi siano lunghi gli auditi saranno richiamati ad un secondo incontro, lascia la parola a Fabio Trizzino, marito di Lucia, ma soprattutto legale della famiglia Borsellino.

Inizia così un’audizione storica da non dimenticare, una lectio magistralis nei modi di condurre un’inchiesta storica e soprattutto di giungere ad una verità scomoda per tutti; non a caso, l’avv. Trizzino, nel suo excursus,non tremerà nel denunciare una ricostruzione della verità sin dal primo processo sulle stragi, citando il processo Borsellino I, di falle ben visibili.

Falle, cioè elementi che non sono stati tenuti in considerazioni e che fino ad ora non se ne conosce il motivo, forse (aggiungiamo noi) neanche dopo il Borsellino quater, ovvero il perché si è atteso tanto per ascoltare alcuni e portarli a processi solo quando già erano vecchi abbastanza per rispondere di ricordi, e perché proprio colui che doveva essere ascoltato per primo, anche dal CSM, ovvero l’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco non fu mai audito.

Perché, come espone l’avv. Trizzino, la strage di via D’Amelio ha avuto da una parte una funzione preventiva, cioè quella di impedire a Paolo Borsellino di andare avanti nel lavoro investigativo sul dossier “Mafia e Appalti” che lo avrebbe sicuramente portato a scoperchiare il pentolone dei rapporti altolocati tra grandi imprese nazionali e politica, ma dall’altra il compimento accelerato per fermare chi non voleva fermarsi, cioè Paolo Borsellino, nonostante fosse stato umiliato, ostacolato, lasciato in preda alla mafia in tutti i modi. Così come avvenne, fortunatamente senza rischi, per il Pm di Mani Pulite che doveva morire Antonio Di Pietro.

Ritornano così alla ribalta i tre ex ufficiali del ROS, Subranni, Mori e De Donno, il rapporto “Mafia-Appalti”, la bustarella del “mariulo” Chiesa (come ricorda Trizzino n.d.r.), che avrebbe condotto i pm di Mani Pulite fino alla madre di tutte le tangenti.

L’avv. Trizzino si ferma spesso sull’obiettivo di Paolo Borsellino, cioè il rapporto “mafia-appalti” che il Ros aveva elaborato e messo a disposizione della magistratura fin dal 1991, ricordando come ci fu una fuga di notizie su quel rapporto che era una “informativa” e come tale doveva essere segreto, allora com’era possibile che a Catania Angelo Siino cerca di corrompere un magistrato (quest’ultimo amico di Borsellino e a cui riferiva l’accaduto) per evitare di finire indagato proprio per quel rapporto?

Per questo affermerà in audizione Trizzino, con uno storico documentale, quanto segue:

“I nemici di Borsellino e del Ros vanno sicuramente cercati, oltre che in Cosa Nostra nel sistema partitico-imprenditoriale che aveva calpestato ogni legalità con disprezzo della sovranità popolare, arricchendosi alle spalle del contribuente e che ora vedeva minacciato in maniera mortale il proprio potere”.

Nel suo intervento, Trizzino parlando ancora del 1992 dell’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, dice che certe “dinamiche resero di fatto impossibile la vita di Borsellino. La cosa gravissima è che Giammanco non è mai stato sentito nell’ambito dei procedimenti per strage”.

Ritorna anche su un passaggio storico importante Fabio Trizzino, una frase che si trova facilmente sul web riguardante il pensiero di Paolo Borsellino:

“mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia. La mafia non si vendica, forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri”, è stato costantemente espunto il riferimento ai «miei colleghi».

Dice Trizzino:

“Se noi incrociamo questa confidenza di Borsellino con la testimonianza del 2009 in cui si dice che Borsellino definisce il suo ufficio un nido di vipere allora dobbiamo andare a cercare dentro l’ufficio della procura di Palermo, per vedere se allora si posero in atto condotte che in qualche modo favorirono quel processo di isolamento, delegittimazione, indicazione come target e obiettivo di Paolo Borsellino, che sono quelle condizioni essenziali che hanno sempre proceduto gli omicidi eccellenti a Palermo».

La magistratura

«Anche la magistratura – ha detto ancora Trizzino – deve essere pronta a guardare dentro di sé e a quello che ha combinato in quel frangente della storia repubblicana. Tutti dicono che Borsellino, dopo la morte di Falcone, sarebbe andato a fare il procuratore nazionale antimafia ma nessuno sa che il plenum del Csm tra il 15 e il 20 giugno del 1992 bloccò qualunque richiesta di riaprire i termini del concorso, disse che Borsellino non aveva titoli e che non avrebbe sopportato l’ingerenza del potere esecutivo rispetto ad un concorso che era già sotto delibazione o quasi definito. Non ho visto in questi anni la magistratura ragionare su come abbia in qualche modo abbia cannibalizzato i suoi figli migliori, non ho mai sentito un ‘mea culpa, “abbiamo sbagliato”, ‘cosa abbiamo combinato?’ o “non abbiamo capito niente”».

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