Giovanni Brusca fuori le mura e tanti segreti nascosti

Oggi, dopo 25 anni, è tornato libero (per modo di dire) Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato fedelissimo del Capo dei Capi di Cosa nostra, Totò Riina.

Giovanni Brusca è uscito dal carcere con 45 giorni di anticipo, con quattro anni di libertà vigilata e una sentenza in cui, come scrive L’Espresso, dovrà attenersi a controlli continui e protezione.

Brusca, appare chiaro, non è stato scarcerato per fine pena considerato che la decisione è arrivata dalla Corte d’Appello di Milano.

Diciotto mesi fa circa, la Corte di Cassazione respinse, con sentenza del 7 ottobre 2019 la richiesta di domiciliari, nelle motivazioni i Giudici scrivevano “la gravità dei reati commessi da Brusca e la caratura criminale che lo stesso ha dimostrato nella sua vita di possedere”, aggiungendo in un altro passaggio “portano a considerare non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento“.

Giovanni Busca, nato a San Giuseppe Jato il 20 febbraio 1957, è figlio del capo cosca Bernardo Brusca, per tale non gli venne difficile aderire a Cosa Nostra e scalare rapidamente i vertici accumulando ingenti ricchezze e proprietà sia nel proprio paese natale, che nei pressi della vicina Piana degli Albanesi.

Finì agli arresti nel maggio del ’96, accusato e condannato per la strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta e per altri crimini efferati, come lo scioglimento nell’acido del figlio tredicenne del pentito Giuseppe Di Matteo, a lui è attribuito l’omicidio di Ignazio Salvo.

Fu rintracciato ad Agrigento, dove si nascondeva presso la villetta di un fiancheggiatore della cosca.

Processato e condannato all’ergastolo, decide successivamente di collaborare con la giustizia.

Il paradosso

Il fine pena per Brusca era fissato al 2022 ma per effetto della legge 13 febbraio 2001 n. 45, in quanto collaboratore di giustizia, è riuscito ad ottenere gli sconti di pena previsti dalla legge.

Come è avvenuto in numerosi processi e da quello che si sta apprendendo dal Maxi Processo Rinascita-Scott, si tratta delle due facce di una stessa medaglia, una verità che pur facendo umanamente rabbia, ha portato alla risoluzione di molti altri crimini. 

In verità, il paradosso relativo alla scarcerazione di Giovanni Brusca risiede principalmente nella legge voluta proprio dal giudice Giovanni Falcone.

Il giudice Giovanni Falcone fu tra i promotori della legge n. 82 del 15 marzo 1981 (antesignana e base della legge n. 45 del 13 febbraio 2001), che mutuava ai mafiosi che avessero scelto di collaborare le stesse prerogative riservate ai terroristi dalla legge Cossiga del 6 febbraio 1980.

Quella sull’importanza dei collaboratori di giustizia era una delle molte idee portate avanti dal giudice Falcone, un uomo alla ricerca di ogni possibile metodo per scardinare il velo di omertà e segretezza intorno agli affari di cosa nostra.

Proprio secondo il giudice, le figure che oggi chiamiamo “collaboratori di giustizia” si sarebbero in futuro rivelate indispensabili per riuscire a svelare gli affari delle famiglie mafiose e le loro ramificazioni negli apparati dello Stato.

Ma non tutti sono Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, basti vedere quanti colletti bianchi – oltre al depistaggio e finti paladini antimafia – sono finiti in carcere.

Nel caso di Giovanni, Brusca, la sua pena è stata ridotta a 26 anni di carcere in cambio delle informazioni che hanno permesso di fare luce su numerosi delitti di mafia, tra i quali spiccano:

  • l’omicidio del giudice Rocco Chinnici (Palermo, 29 luglio 1983)
  • l’esecuzione del commissario Giuseppe Montana (Santa Flavia, 28 luglio 1985)
  • l’attentato al vicequestore Ninni Cassarà (Palermo, 6 agosto del 1985)

Sui famosi telecomandi delle stragi c’è ancora un alone che toccherebbe cosche del catanese e del siracusano.

Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Brusca premette il pulsante sul telecomando che avrebbe sventrato parte della A29 Palermo – Catania. Erano le 17:57 e le auto blindate, provenienti da Punta Raisi, vennero sbalzate per aria per la forza della detonazione del tritolo posizionato in un piccolo canale di scolo sottostante l’autostrada.

Stasera, e successivamente nei prossimi giorni, la scarcerazione di Brusca, ha sollevato gli animi di molti, d’altronde il boss oltre ad evitare l’ergastolo per le decine di omicidi commessi, ha usufruito di 80 permessi nel corso degli anni.

Ma una domanda resta in piedi e senza risposta: la carriera criminale e la caricatura di un Brusca, considerato il suo controverso percorso nel collaborare, come sarà vista fuori da quelle mura e con tanti segreti ancora coperti?

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