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13, Maggio, 2021
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Il caso: Quando i figli pagano gli errori dei genitori

Un cognome ingombrante e le carte in regola non bastano

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Quando le ipotesi diventano realtà e triste ammetterlo. E’ il “caso” di una nota squadra calcio di serie B che prima ingaggia un giovane talento siciliano senza badare al cognome e poi (dopo quasi tre mesi) lo emargina fino ad escluderlo con semplice messaggio via whatsapp.

E’ un cognome imbarazzante quello dei Santapaola, questo è vero, ma da quando in qua le vicissitudini del padre o genitori ricadono sui figli, soprattutto se alcuni indagini possono effettuarsi prima di firmare un contratto?

Basta immaginare le grandi società finanziarie che devono investire in una nuova compagnia senza prendere le dovute informazioni patrimoniali o dei soci preventivamente.

Il 28 gennaio 2021, su IlCosenza.it, l’annuncio ufficiale “La Società Cosenza Calcio comunica di aver acquisito a titolo definitivo il diritto alle prestazioni sportive del calciatore Pietro Junior Santapaola. Il centrocampista, nato a Messina il 05/11/2003, si aggregherà alla Primavera di mister Emanuele Ferraro”.

A portare alla ribalta questo “caso” è Fabio Benincasa, giornalista del CorrieredellaCalabria, che ha pubblicato un articolo dal titolo «Un cognome ingombrante».

Il giovane calciatore, classe 2003, si chiama Pietro Santapaola e a gennaio, contattato dal Cosenza calcio, ad appena 17 anni, esordisce con la prima squadra, fino a quando lo scorso 3 marzo via whatsapp «Un dipendente della società lo avvisa, della volontà di concludere il rapporto».

Provate ad immaginare la gioia di un ragazzo che vede realizzarsi un sogno, quello di diventare un calciatore professionista!

Pietro Santapaola, ricevuta la notizia della società del Cosenza Calcio di volerlo con loro, prepara la sua valigia con gli indumenti e la valigia piena di sogni e aspettative, così si trasferisce in una città, una nuova città e un nuovo ambiente in cui sa che deve dare il meglio di sé.

Siamo nel mese di gennaio e per Pietro si aprono le porte della Serie B nel Cosenza dove il giovane si allena con i compagni, fa amicizia ed inizia ad ambientarsi fino a quel fatidico 3 marzo.

A denunciare la storia, al CorrieredellaCalabria, è l’avvocato Salvatore Salerno, legale di fiducia di Pietro Santapaola «Tutta “colpa” di un cognome che è troppo ingombrante per la società che aveva deciso di metterlo sotto contratto».

Il padre di Pietro legato alla criminalità organizzata è stato coinvolto in una operazione di polizia, ma il giovane figlio non ha collegamenti con gli ambienti criminali, il suo sogno resta quello di giocare a calcio e diventare un professionista.

La denuncia del legale

«Il 3 marzo un dipendente della società lo avvisa, via whatsapp, della volontà di concludere il rapporto» – confessa l’avvocato Salvatore Salerno al giornalista – che ha presentato una denuncia ai carabinieri di Messina, prima di trasmettere tutto anche alla Procura di Cosenza.

«Non mi interessano le vicissitudini giudiziarie del padre, questo ragazzo non ha nessuna colpa ma solo sogni nel cassetto. Dal 3 marzo non gli è stato concesso di prendere parte agli allenamenti della squadra, non è stato convocato per la gara del 7 marzo (poi rinviata) e il 10 marzo gli è stato comunicata la volontà di chiudere ogni rapporto. Pietro ha fatto ritorno a Messina, dove si allena da solo, in attesa di una chiamata».

La beffa

Il ragazzo è ritornato a casa, a Messina, ma non può essere “tesserato con altri club”. L’avvocato Salerno ha dichiarato «In base al contratto firmato, il calciatore non potrà essere tesserato da nessun club fino al prossimo mese di giugno» e per tale ha annunciato battaglia: «Inoltrerò copia della denuncia anche alla Lega Calcio e spero prendano provvedimenti».

Già lo stesso legale – ha dichiarato –  aveva anche tentato di contattare direttamente il presidente del club silano, Guarascio a cui aveva inviato «una lettera aperta in via ordinaria e via pec e non ho ricevuto nessuna risposta».

«Evidentemente  – conclude l’avvocato Salerno – dobbiamo vivere in uno Stato che allontana i figli da contesti familiari difficili salvo poi assistere, come nel caso di Pietro, a giovani emarginati per errori che non hanno commesso».

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