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13, Maggio, 2021
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Imane Fadil,11 medici indagati dopo il no all’archiviazione del gip

L'avviso di garanzia è un atto dovuto, ma se l’esito finale della consulenza e sicuro sulla malattia, resta aperto l’interrogativo sulla causa che l’ha generata.

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Un atto dovuto l’iscrizione di undici medici dell’Humanitas di Rozzano (MI), dove fu ricoverata per oltre un mese la giovane Imane Fadil, la modella marocchina teste nei processi Ruby morta il primo marzo 2019, dopo il no all’archiviazione del Gip.

Ai medici i pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio contestano l’omicidio colposo, le iscrizioni nel registro degli indagati con informazioni di garanzia per i medici, sono un passaggio obbligato in vista di una nuova consulenza per accertare, come ordinato dal gip nelle nuove indagini, se ci sia un “nesso” tra il decesso e la “condotta dei sanitari” e se la “malattia” poteva essere diagnosticata prima.

Se da un lato è stato accertato che Imane Fadil fu uccisa da una aplasia midollare – patologia che può essere congenita o acquisita a seguito di esposizione a sostanze agenti chimici – dall’altro resta aperto l’interrogativo sulla causa che l’ha generata.

La cronostoria

Dopo mesi di accertamenti, a settembre del 2019, gli inquirenti avevano stabilito che la giovane era stata stroncata da questa malattia rara diagnosticata tre giorni prima di morire nella clinica milanese.

Subito dopo la morte, una serie di domande e dubbi avevano portato all’apertura di una inchiesta per omicidio volontario, con l’ipotesi, poi smentita da successivi accertamenti, per avvelenamento con sostanze radioattive o metalli pesanti.

Tale ipotesi si concretizzò per via di una telefonata in cui la ragazza al suo legale aveva detto: “Volevano farmi fuori”.

La Procura milanese, all’esito delle complesse indagini, aveva chiesto di archiviare l’inchiesta escludendo anche responsabilità mediche. Nell’istanza di opposizione discussa in udienza nel febbraio del 2020, i legali dei familiari, gli avvocati Mazzali e Nicola Quatrano, avevano indicato al giudice la necessità di disporre tutta una serie di nuove “valutazioni peritali”, anche sulle presunte responsabilità dei medici nelle terapie, a loro dire, sbagliate e sulla diagnosi non tempestiva. Il gip aveva quindi fissato un termine di 6 mesi per le nuove indagini restituendo gli atti ai pm. (fonte FQ)

La famiglia della giovane non si è mai rassegnata, e contestando l’esito delle conclusioni dei magistrati si era opposta a febbraio 2020 all’archiviazione e così, dopo molto tempo, a Gennaio del 2021 il gip ha sciolto la riserva e ha disposto i nuovi accertamenti.

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